INTERVISTE


INTERVISTE

M i chiamo Deka e ho ventidue anni, sono una giovane donna nera e musulmana, la vita non si prospetta come un’impresa facile: dovrò lottare e ogni vincita la assaporerò con più gusto. Essere musulmana mi realizza e mi arricchisce perché non sono la “tipica musulmana” che uno si aspetta di vedere. Studio fotografia e mi piace molto il video: vorrei cominciare un lavoro sulla diaspora somala. È difficile conciliare le due identità: ogni tanto ti senti come bloccato tra due culture. L’educazione somala è una ricchezza, andare in Somalia un sogno. I ragazzi che hanno adesso vent’anni, non sanno nulla di quello che era la Somalia negli anni Settanta e Ottanta. Quello che so me lo racconta mio padre: i suoi anni da studente, il legame tra università, la vita nei dormitori, l’apertura che c’era.

Deka Mohamed Osman – Somalia

S ono nato a Kano nel Nord della Nigeria, anche se la famiglia proviene dal Sud. Parlo inglese, italiano, arabo, hausa, yoruba, urdu. Dopo i diciott’anni ho lasciato il mio paese per l’Italia e vivo a Bologna da vent’anni. Non la cambierei per nessun’altra città al mondo. Sono arrivato qui perché avevo dei parenti e penso anche che sia il destino: niente ti accade per caso. Il minimo che puoi fare è aiutare il tuo destino, facendo ricerca, studiando, ascoltando i saggi, viaggiando, proprio come viene detto nei quattro libri sacri di Davide, Mosè, Gesù e Maometto.
Mio nonno si è trasferito dal Sud della Nigeria a Kano, si è sposato quattro volte e ha avuto venti figli da quattro mogli. I miei tre figli, a loro volta, nati e cresciuti in Italia, sono partiti per l’Inghilterra: è il loro futuro e fa parte della storia della nostra famiglia spostarsi.
A Bologna abbiamo fondato l’associazione El Ihsan (Il Faro), composta da sessanta associati. Il nome indica che devi fare le cose come se fossi osservato, dalla tua coscienza, dal tuo Creatore, dall’ignoto: perciò devi farle bene, anche quando sei da solo. Attraverso un patto di collaborazione con il Comune ci occupiamo di sgombero e ripristino di aree occupate abusivamente, potatura alberi, raccolta differenziata. L’orgoglio dell’associazione è di fare qualcosa per la città, coinvolgendo tutti i nostri associati, che si sentono utili e parte del sistema di riqualifica urbana. Mi occupo di orticultura, sono mediatore culturale, portavoce della mia comunità, non necessariamente solo della comunità musulmana, ma di chiunque si rivolga a noi. Rapportandomi in un certo modo con gli amici, con i vicini di casa, con dei conoscenti posso fare la differenza. Ti tratto bene a prescindere, da chi sei e da cosa vuoi. Come associazione ci dedichiamo anche all’insegnamento dell’Italiano agli immigrati: provengono da Nigeria, Mali, Camerun. A tutti i rifugiati, noi che viviamo qui da vent’anni, offriamo due ore del nostro tempo, tre volte la settimana. Insegniamo quello che anche per noi è fondamentale: riuscire a comunicare con gli altri, uno strumento che ti renderà la vita più facile.
Quando predichi il bene, cerchi la saggezza, la sapienza, produci benessere, fisico, spirituale, emotivo. Crei uno sviluppo del genere umano, dell’opera e dei servizi della città in cui vivi: il tuo quartiere, il Comune, la città, il mondo.
Ogni giorno cerco di vivere in armonia con gli altri. Anche se sembra un’utopia, ogni tanto ci riesco. Vedi che ci sono ancora persone meravigliose, per cui vale la pena vivere serenamente, ogni istante della propria vita. Nei rapporti umani ci vuole energia, pazienza. Bisogna dosare la curiosità, in modo che l’interlocutore trovi piacevole la persona che espone il proprio punto di vista. Ci vuole anche sincerità intellettuale e interpersonale, e coerenza. Ciò porta alla condivisione del proprio mondo, del proprio punto di vista.

Abdulrahman Nasiru Ajani - Nigeria

M i chiamo Moussaid Ayoub, ho ventinove anni e sono in Italia dal 2003: lavoro e faccio volontariato, con un gruppo informale chiamato Cuneo Città Aperta e all’interno di un’iniziativa chiamata Arte Migrante. Ho studiato da geometra, ma lavoro in un’azienda cuneese come operaio. Vengo dal Marocco e ho avuto un percorso integrativo tra alti e bassi: ultimamente mi sento coinvolto in prima persona su temi come integrazione e discriminazione, soprattutto per quanto riguarda i rifugiati.
Faccio teatro da dieci anni, partecipo a spettacoli con amici e compagnie varie e gestisco un laboratorio teatrale parrocchiale rivolto ai ragazzi delle medie. I ragazzi arrivano da paesi diversi e lottano per arrivare ovunque, sono fantastici.
Faccio parte dei Giovani Musulmani Italiani: s’impara e si cresce insieme, si mostra con l’esempio cosa vuol dire essere musulmano. L’Islam viene spesso associato al terrorismo, ma si dimentica che i musulmani sono quasi due miliardi e non un migliaio di estremisti. Attraverso la religione possiamo abbattere i muri e non costruire barriere tra le persone. Purtroppo noi musulmani abbiamo dovuto sentire battute e minacce, insulti e maltrattamenti che ci hanno reso doppiamente vittime del terrorismo: in modo diretto, tramite le uccisioni e in modo indiretto, attraverso i media.

Ayoub Moussaid - Marocco

H o ventisette anni, sono di origine tunisina e sono nato a Mazara. Mia moglie l’ho corteggiata per dieci anni e alla fine ci siamo sposati. La vedevo tutti i giorni andando al lavoro, ma lei era fidanzata. Io, poi, sono tunisino e musulmano. Suo padre diceva: da voi gli uomini sposano quattro mogli. In realtà in città l’idea sui tunisini è cambiata molto negli ultimi anni: vedi molte coppie miste, gente sposata da anni, con figli ventenni.
Conoscendoci, abbiamo deciso di mantenere ognuno la propria cultura e religione. Nostra figlia Martina l’abbiamo battezzata e Gabriel Hassen l’abbiamo circonciso, come in una sorta di battesimo arabo. I giovani spesso vivono l’essere musulmani come tradizione culturale più che religiosa: noi ci siamo sposati in Chiesa con rito misto. Sopra il letto abbiamo da una parte il Corano e dall’altra la Madonna con il figlio in braccio.
Ho un’azienda in proprio, lavoro come traslocatore, da nove anni. Mia moglie ha un panificio. I primi tempi ho avuto dei problemi a fare il mio lavoro, c’erano molti pregiudizi. Negli anni ho dimostrato di essere serio: adesso lavoro molto, ho quattro camion e la ditta principale in città. Ho raggiunto una posizione in cui mi rispettano tutti.
Sono cresciuto nella zona del centro storico, malmesso e con troppa delinquenza. A tredici anni i miei amici tunisini fumavano e si drogavano, si sentivano giudicati dagli altri e hanno reagito così. Molti miei coetanei si sono persi, scegliendo brutte strade, e sono finiti in galera. Io ho saputo essere abbastanza forte da affrontare la situazione. Gli amici che frequentiamo sono tunisini, ma prevalentemente italiani.

Jihed Bouchnak - Tunisia